L’AULA DI GIUSTIZIA
A mezzanotte e mezza il Quinto poliziotto spalanca l’uscio e con un deciso scossone strappa dal sonno il prigioniero, raggomitolato come un armadillo sul tavolaccio, facendolo cascare giù.
QUINTO POLIZIOTTO Svegliati, bestia!
ZACE (Semicosciente) Dai, cocchina... sono stanchissimo...
QUINTO POLIZIOTTO (Vibrandogli un pedatone al tronco) Ti ho ordinato di svegliarti, verme!
Zace, realizzato il comando, pur dolorante, conquista velocemente la posizione eretta.
ZACE (Strofinandosi la parte indolenzita) Mi deve scusare, ero ancora immerso nel mondo dei sogni.
QUINTO POLIZIOTTO Benvenuto nella realtà, farabutto! Il Tribunale ti sta aspettando!
ZACE (Rintronato) Quale Tribunale?
Il questurino, senza ribattere, lo ammanetta dietro la schiena e lo fa uscire di cella; strizzandogli un braccio, lo guida attraverso i meandri del sotterraneo, a malapena rischiarati dalle esangui plafoniere, fino all’angusta e mal illuminata aula di giustizia a pianta pentagonale regolare. Attanagliato da un indistinto senso di sgomento, Zace non proferisce verbo. L’agente lo costringe ad accomodarsi su una sedia in ferro a una decina di passi dal banco della Corte, collocato nei pressi del vertice superiore del poligono. Dal punto in cui si trova, appena al disotto del circocentro della stanzucola, Zace non può scorgere lo scranno del Giudice, occultato da un tavolo di castagno tutto tarlato, posizionato sopra ad una vetusta pedana lignea alta poco più di una spanna. Nell’angolo alla sinistra dell’uomo ammanettato, a ridosso di un antico scrittoio con ribalta, di pregevole fattura, sta seduto il Cancelliere, la testicciola senza collo incastonata sul torso, pigiato in una sorta di tonaca cinerina che, pur non aderentissima, fa trasparire un’abnorme pinguedine. Sul lato opposto, in prossimità d’un banchetto disadorno color nocciola, ingombro di voluminosi faldoni, si erge bellicoso e un po’ gobboni il Procuratore, l’inclemente stempiatura a deturpare il profilo aristocratico, avviluppato in una raffinata toga giada ben drappeggiata e fregiata di parecchi fronzoli dorati. Siedono nella semioscurità, alle spalle di Zace, taluni figuri ciangottanti sottovoce.
PROCURATORE (Appressandosi al Cancelliere) Parrebbe che siamo al gran completo! Inizi a verbalizzare.
CANCELLIERE Hi, hi, hi! Con molto piacere.
Dissigilla un registrone rilegato in tela azzurra, afferra una dozzinale penna a sfera e, tenendo sott’occhio un minuzioso promemoria, incomincia a scrivere con grafia pretenziosamente svolazzante, biascicando le parole in maniera quasi impercettibile.
Dunque... Alle ore 0,40 del 19 novembre 1996 l’agente di polizia incaricato dal Procuratore traduce in aula il soggetto incriminato, tale Italo Zace, figlio di Biagio Zace e di Larunda Seralvo, di anni 36, nato a Buenos Aires il 3 marzo del 1960, residente in *** in via del Sasso n. 12, coniugato con Sonia Mestroni, padre di Attilio e Cecilia, di professione responsabile della produzione presso i “Laboratori Zerbi”.
Si odono dei rumori secchi promananti dal vano attiguo all’aula di giustizia e subito dopo si schiude, sul lato tra il Cancelliere e il banco della Corte, la porticina brunastra che mette in comunicazione i due ambienti.
(Stentoreo) Silenzio in aula! Signori, in piedi! Entra la Corte!
Tutti i presenti, all’infuori di Zace, d’un tratto impietrito, si drizzano.
Imputato, si alzi immediatamente, per rispetto della Corte!
Zace viene assalito da un arcano terrore che gli inibisce ancor più ogni movimento.
Si intravede la figura ossuta del Giudice Supremo, inequivocabilmente sdegnato.
PROCURATORE (Infuriato) Cosa aspetta? È paralitico, forse?
Zace, pur adoperandosi con tutte le forze, rimane come ingessato; il Procuratore segnala al gendarme, con gesto rude, di tirarlo su in un modo o nell’altro; costui provvede senza indugio.
Cancelliere! Metta agli atti l’oltraggio alla Corte concretatosi sotto gli occhi di tutti!
Il funzionario giudiziario ottempera con sollecitudine.
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