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Sunday, July 06, 2008 ..:: Opere complete » I rintocchi del mezzodì » Il Boia ::.. Register  Login

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IL BOIA

 

 

 

 

Il Giudice Supremo fissa sul reo, per un istante soltanto, lo sguardo algido e sdegnoso, prima di ritirarsi, al di là della porticina brunastra, nella bambagia del suo cosmo di granitiche certezze, alla stregua di un comandante al termine di una giornata di combattimenti, il cuore di brina ormai pago di corpi smembrati di soldati disseminati sul campo di battaglia. Di lì a breve lo segue il Procuratore, tutto teso, all’opposto, ad imprimere durevolmente sulla retina l’immagine del colpevole abbattuto dal rigore della legge. Usciti dall’aula i due magistrati, il pubblico varca in fila indiana il ristretto passaggio che si dischiude alla base dell’aula poligonale, commentando a bassa voce la decisione mentre Zace, insensibile blocco di marmo non ancora sgrossato dallo scalpello dello scultore, viene scortato dal Quinto poliziotto, attraverso un tortuoso budello fiocamente rischiarato, in una prigione mal imbiancata e munita di una finestrella divisa in nove riquadri da spesse sbarre incrociate. Costrettolo ad accedervi con uno spintone, il questurino lo libera con singolare maestria dalla camicia di forza, dal bavaglio, dalle manette e dai ceppi; serra poi la porta d’acciaio e sparisce.

Stremato dai recenti avvenimenti il condannato stramazza sul lettino addossato a una parete. Intorno alle undici e mezza un tenue chiarore lo riscuote dal sonno senza sogni. Levatosi a fatica, gli occhi cerchiati, la lingua impastata e le facoltà obnubilate, si muove, vacillando, in direzione del lavabo, impiantato in un angolo. Sciacquatosi il viso cereo e asciugatolo con un panno picchiettato di aloni appeso a un gancio ancorato al muro, si mette seduto sul bordo del lettino, ingegnandosi per inquadrare gli eventi delle ultime ore.

 

[Come diavolo mi sono infilato in quest’imbroglio? È tutta colpa mia. Se solo me ne fossi fregato della querela non mi ritroverei in questa paradossale situazione. Stramaledetto il giorno in cui ho messo piede in quel fottuto negozio! Quel miserabile vecchiaccio m’ha condannato a morte... pazzesco... E se fosse tutta una burla organizzata da qualche buontempone? No, non è verosimile. Ma che vado ad almanaccare? Chi sarebbe capace di costruire, in così poco tempo, una messinscena tanto perfetta nello stravolgimento della verità? È tutto vero... non posso crederci. No, no, è solamente un incubo... Fra un po’ mi sveglierò per ritornare alla vita di sempre. Tutti contro di me... una macchinazione bell’e buona... Sì, ma chi può averla architettata? E a che scopo?]

 

Uno scalpitio frettoloso e sgraziato rimbomba nel corridoio.

 

[Chi sarà? Che altro accade? Ho paura!]

 

Si materializza il Quinto poliziotto e in un batter d’ali s’introduce all’interno, obbligando il detenuto ad inginocchiarsi verso la luce scialba filtrante dalla finestrella. Con una robusta fune di canapa gli lega i polsi dietro la schiena e gli immobilizza le caviglie, stringendo fin quasi ad arrestare il flusso sanguigno. Zace non reagisce affatto, paralizzato da un insostenibile senso di angoscia.

 

[Perché m’ha legato così? Oddio! Che vuol farmi adesso?]

 

Il tirapiedi esce fuori e riappare poco dopo con un ciocco scuro pressoché cilindrico, alto meno di cinquanta centimetri, ben scortecciato e arrotondato tutt’attorno, con le basi impeccabilmente levigate; lo sistema davanti a Zace e depone sul pavimento a scacchi un oggetto avvolto in un drappo di lino scarlatto; quindi sgattaiola via lesto.

 

[Che significa questo pezzo di legno? Cos’ha nascosto sotto quel tessuto rosso?]

 

Silenzioso e rapidissimo come un ragno in agguato, s’intrufola di soppiatto nella cella un individuo mingherlino con indosso una tunica ruggine, stretta alla vita da una cintola e lunga fino alla punta delle scarpe, delle quali non si può indovinare né il colore né la foggia. L’impenetrabile cappuccio calato sul volto lascia intravedere, a malapena, il luccichio delle iridi. Sul pettorale della tunica è impunturata l’identica raccapricciante simbologia ricamata sulla pettorina del Giudice.

Zace, realizzando quanto sta per aver luogo, inizia a tremare e a sudare freddo.

 

ZACE (Con uno sforzo sovrumano) Chi sei e cosa vuoi da me?

BOIA Sono la morte e vengo a prenderti!

ZACE (Sgomento) Che ho fatto di male per meritare la morte?

BOIA Hai infranto la legge e scompaginato l’ordine!

ZACE Quale legge e quale ordine?

BOIA Sei stato giudicato colpevole e condannato!

 

In un fiat si flette sulle gambe, scosta il drappo e artiglia un’enorme mannaia.

 

Preparati!

 

Preme vigorosamente il capo inerme del prigioniero sulla base superiore del ciocco.

 

È giunta l’ora del redde rationem!

 

Zace, immobile come una statua di sale, riesce a farfugliare soltanto indecifrabili sillabe.

 

Ogni macchia va lavata al più presto, acché non si consolidi e rovini per sempre il vestito!

 

Sollevata la gravosa, baluginante scure con ambo le mani, il carnefice, con un movimento fulmineo e diligente che fende l’aria, decapita il condannato nel mentre che gli ultimi, esili rintocchi d’un orologio in lontananza, che ha appena terminato di scandire l’effimero mezzodì, pigri e inascoltati si espandono ad onde concentriche nel caliginoso mattino.

 

 


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 alla scoperta di Italo Zace

  

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